buio e silenzio intorno a palomar

San Diego County, California La strada che porta all’ Osservatorio astronomico di Palomar passa in mezzo ad aranceti e riserve indiane.Gli aranceti sono la California che sognavano i personaggi di Steinbeck, scivolando giù per la Interstate 66, e per le pagine di Furore. Le riserve indiane sono riserve indiane e basta: una cosa più triste perfino delle verdure bollite e del circo. Quando vedi cataste di carcasse d’ automobile e vecchi pneumatici dappertutto, allora sei in una riserva indiana. Le case sono quelle che poi incontri in autostrada viaggiare agli ottanta all’ ora caricate su lunghi camion: parallelepipedi con porte e finestre e lavandini e tutto, te le spostano dove vuoi. Quel che c’ è di più simile ai vecchi tepee, tende per gente che amava spostarsi, o doveva fuggire. Le facce sono quelle dei film con gli indiani, ma hanno in testa un cappellino da baseball. Spesso, se nelle vicinanze della casa c’ è un grande albero, sotto ci vedi una poltrona: una poltrona da salotto, solo che sta lì fuori, sotto l’ albero. Ne ho viste tante. Non ci ho mai visto seduto nessuno. Le riserve indiane sono la micidiale icona di una disfatta. In mezzo a riserve indiane e aranceti americani corre la strada che porta all’ Osservatorio di Palomar, Contea di San Diego, California.L’ Osservatorio di Palomar iniziarono a pensarlo negli anni Venti, per guardare le stelle più lontane che c’ erano. Lo inaugurarono nell’ estate del 1949, in una notte senza nubi. I primi racconti di Palomar, Calvino li scrisse nel 1975, pubblicandoli sul Corriere della Sera. Il libro uscì nel 1983, da Einaudi. L’ autore lo riassunse così: “Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”. Calvino morì nel 1985.Palomar è il suo ultimo libro.L’ Osservatorio di Palomar è una specie di enorme elmo bianco, bellissimo, che brilla sul crinale di una montagna qualunque. Bianco come una casa andalusa, o un lenzuolo negli spot del Dash. Tutt’ intorno solo alberi bassi, qualche sentiero, e una strada che finisce lì. Non ci sono case, uffici, niente. C’ è lui, l’ immane telescopio, e basta. La cupola che lo nasconde è una semisfera quasi perfetta che può ruotare per 360 gradi. Di giorno mai, ma di notte si apre uno spicchio della semisfera, come una enorme ferita: e dalla ferita, il telescopio guarda. Vede luci accadute milioni di anni fa.La prima pagina di Palomar è un uomo che guarda un’ onda. E la descrive. Non come fosse un uomo: come se fosse uno strumento ottico. Chiunque sappia scrivere – voglio dire chiunque abbia con la scrittura un rapporto anomalo, straordinario e elettivo – conosce prima o poi quella tentazione. Astenersi dalla letteratura, e limitarsi a descrivere.”Forse la prima regola che devo pormi è questa: attenermi a ciò che vedo”, pensa il signor Palomar. E’ una tentazione irresistibile: azzerare tutto l’ aspetto seduttivo, canagliesco, della narrazione e puntare dritto al cuore delle cose, cercando di arrestarti un passo prima del meretricio del narrare, dove ancora il gesto che fai è semplicemente: nominare. Puoi provare a farlo se disponi di un dominio assoluto sulla tua scrittura. Palomar ci riesce, perché è scritto in modo divino. Il lessico si appoggia sugli oggetti, e sembrano le due parti di un’ unica conchiglia. Le frasi sembrano essere il respiro esatto dell’ esserci delle cose. Pulizia, limpidezza, geometria. Ci sono passaggi che simulano un’ oggettività tanto accecante da far sbiadire il miglior Kafka ad autore sentimentale. Riusciva, a Calvino, di coniare schegge di referti scientifici solo vagamente ammorbiditi dalla memoria lontana di una qualche eleganza letteraria. “Il recinto rettangolare di sabbia incolore è fiancheggiato su tre lati da muri sormontati da tegole, oltre i quali verdeggiano gli alberi. Sul quarto lato è una pedana di legno a gradini dove il pubblico può passare e sostare e sedersi”.Bisogna leggerlo lentamente. “Il recinto rettangolare di sabbia incolore è fiancheggiato su tre lati da muri sormontati da tegole, oltre i quali verdeggiano gli alberi. Sul quarto lato è una pedana di legno a gradini dove il pubblico può passare e sostare e sedersi”.Perfetto. Palomar cristallizza un’ utopia che chiunque sappia scrivere conosce. E tuttavia: come mai, pur essendo un’ utopia, non brucia, e anzi, in certo modo, sa di morte: fredda? Dentro, l’ Osservatorio di Palomar è tutto grigio, come una nave da guerra. E sembra Metropolis, di Fritz Lang. Sotto l’ immane campana della cupola, levita, enorme, il telescopio. Una specie di cannone galleggiante tra miriadi di meccanismi che gli permettono ogni tipo di rotazione. Non bisogna pensare a un grande cannocchiale, a lenti immense: il principio è un altro: un enorme specchio che raccoglie la luce delle stelle e la riflette concentrandola in un minuscolo punto: l’ occhio dell’ astronomo. Un’ idea che venne a Newton, nel 1688. Qui l’ hanno applicata alla grande: volevano vedere le stelle più lontane: costruirono uno specchio concavo del diametro di cinque metri. Il “200 pollici”, lo chiamano amichevolmente, come se fosse un obbiettivo della loro macchina fotografica. E in un certo senso lo è.Ci misero mesi a costruirlo. Lo fecero a Pasadena, la città in cui Sacchi ha iniziato a perdere e poi non ha smesso più. Pensa al giorno in cui lo trasportarono fin lì (lo specchio, non Sacchi), duecento chilometri di autostrada e un monte da scalare. Roba da film. Di notte, dalla grande ferita aperta nella cupola filtrano luci partite milioni di anni fa, rimbalzano sull’ immane specchio e risalgono fino a una piccola cabina, appesa in alto, dove seduto su una sedia girevole, un uomo le raccoglie. E per questa newtoniana faccenda di rimbalzi e riflessi, accade una cosa che appare bellissima, al profano quantomeno, perché al sapiente sembrerà ovvia, ma per il profano, che non se l’ aspettava, suona bellissima, e perfino vagamento simbolica: per guadagnare la punta del cielo, l’ astronomo guarda in basso. Sta chino su uno strumento, come se fosse un semplice microscopio, e appeso lassù, guarda il cielo, guardando per terra.Il signor Palomar guarda le cose – si attiene a guardare le cose per catturare la loro verità. Per vedere il cielo, guarda per terra. E anche questa è un’ utopia niente male: che nominando le cose diventi possibile rivelare la loro verità. E anche più radicalmente: che nominare le cose sia possibile. Se ne accorse, ovviamente, lo stesso Calvino, e tutte le ultime pagine di Palomar sono dedicate alla dissezione di questo dubbio, perpetrata con il bisturi di una intelligenza implacabile e l’ antiemorragico di una prosa scientifica. Riflette, il signor Palomar, e si rende conto che non basta guardare le cose, bisognerebbe poterle vedere a prescindere dai propri occhi, occhi contingenti, umani, suscettibili di mille condizionamenti, e soggettive imprecisioni. Immagina, il signor Palomar, di riuscire a diventare nient’ altro che “una finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo”. Si spinge a cercare di vedere, il signor Palomar, come sarebbe il mondo se lui non esistesse, se fosse morto. Si sforza di vedere “l’ estendersi e il succedersi delle cose sotto il sole, nella loro calma impassibile”, una volta “eliminata quella macchia di inquietudine che è la nostra presenza”. Lo fa nell’ ultimo capitolo. Paradossale conclusione: il mondo vero è quando nessuno lo osserva. Capolinea di qualsiasi utopia. Palomar è un teorema che alla fine confuta se stesso. E’ un libro che quando hai finito di leggerlo non esiste più. Forse è che vedere le cose non può essere descriverle. C’ è bisogno di uno scarto artificiale che compensi la naturale e inevitabile dissintonia che corre tra occhio e mondo. Una sorta di contromovimento, che li riallinei, recuperando in maniera artificiale quello che sarebbe un naturale rapporto con l’ autenticità. Il gesto che imprime quel contromovimento, quello scarto artificiale, ha un nome: narrare.Anche il “200 pollici” ha bisogno di un contromovimento, per vedere.Quando l’ astronomo, vagolando per i cieli, cattura una galassia, o un pianeta, e riesce a inquadrarli con esattezza, quel che non può fare è rimanere immobile. Giacché la terra gira, e per quanto lentamente lo faccia, questo basta a spostare l’ occhio del telescopio di quel nulla che, a distanza di anni luce, significa spazi immensi. Così, l’ immane telescopio porta in sé un meccanismo che lo fa ruotare, dall’ istante in cui ha inquadrato la sua preda, alla stessa velocità della terra, ma in senso opposto, verso ponente.Lo muove, perché possa rimanere immobile. Così, volendo attenersi ai fatti, l’ immane telescopio, quando dialoga con i confini ultimi di Andromeda, lo fa da un luogo che non appartiene alla terra, e che dunque, è lecito dedurre, è un luogo dell’ immaginazione. Sarà il silenzio, bestiale, che c’ è intorno. O quell’ atmosfera un po’ irreale. A star seduti contro il grande elmo bianco, vengono strani pensieri. Se scrivi, e sei italiano, e vieni tradotto, poi ti chiedono, gli stranieri, quali sono i tuoi modelli. E per quanto tu divaghi tra americani e tedeschi, alla fine loro vogliono che tu dica: Calvino. E tu finisci per dirlo. “Bè, sì, ovviamente, Calvino”.Però non sapresti dire, precisamente, il perché. Non potresti citare un solo suo libro che ti abbia veramente fulminato. Il cavaliere inesistente, sì, ma con una leggerezza quasi impercettibile, come se te l’ avesse sussurrato. E le Città invisibili, che era bellissimo, ma com’ è che Borges sembrava così più bello? E Palomar ma Palomar è un non-libro. E’ uno splendido epitaffio alla letteratura. E’ così chiaro che Calvino era un grande, ma non riesci precisamente a ricostruire com’ è che lo è diventato. Sarà il silenzio che c’ è. Ma ti vengono strane curiosità, tipo: ma Calvino vendeva?, voglio dire, entrava nelle classifiche? E gli altri, lo lasciavano in pace o facevano la fila per guadagnarsi cinque minuti di celebrità rovesciandogli addosso fetenzie? E quando rifiutò il premio Viareggio sostenendo che “era definitivamente conclusa l’ era dei premi letterari”, gliela fecero passare o lo coprirono di ironia fetente? E quando non rifiutò, due anni dopo, il Premio Asti, nessuno se ne accorse o ci si fiondarono su tutti i biliosi del Paese? Voglio dire, com’ era la sua quotidiana partita a dama con la meschinità collettiva, com’ è la vita di uno che poi diventa un grande? E come è riuscito, lui, a guadagnarsi non dico l’ ammirazione, che è il meno, o la fama, che è nulla: ma il rispetto. Cosa ha fatto, tutti i giorni della sua vita, per riuscire alla fine a guadagnarsi il rispetto? E’ chiaramente tutto ‘sto silenzio, e l’ elmo bianco, e questo nome bello come un suono. Palomar. A una cinquantina di metri dal grande elmo bianco c’ è una piccola panchina di pietra. E sulla panchina sta scritto: In memoria di Pearl. Poi c’ è il nome per esteso, Doris Pearl Curry, e le date 1936-1982. Poi, a capo, tutto su una riga, senza virgole in mezzo: figlia sorella moglie madre nonna. E alla fine, bello in centro: amica di tutti. Chissà Pearl. Com’ era. Amica di tutti. Uno se la immagina. Una vita tutta normale, senza fare del male a nessuno, e una specie di leggerezza addosso, contagiosa. Stava mai zitta, secondo me. Ma in un modo delizioso, evidentemente. Se gliel’ hanno messa proprio lì, la panchina, una ragione ci sarà. Le piaceva Palomar. Ci andava ogni anno. Costringeva tutti ad andarci. O non ci era mai andata. Ma le piacevano le stelle. E le guardava dalla veranda di una casa normale, in un paese normale, con un garage attaccato alla casa e il canestro da basket appeso sul portone.Faceva un tacchino ripieno che era una meraviglia. E la sera guardava le stelle.Quello che non riesci a perdonare, a Palomar, è che espelle dal paesaggio qualunque Doris Pearl Curry: abroga l’ elementare bellezza dell’ umano. Tanto più la mente e la scrittura si fanno esatte, quanto più scivolano via dal profilo di ciò che, semplicemente, è vivo. C’ è qualcosa, nel signor Palomar, di vagamente umano, ma sono quasi vezzi ironici, lasciati cadere lì per lenire la freddezza del grande teorema. In un libro che racconta, tutto sommato, una disfatta, mai che trovi una umile riga di tristezza: così, tanto per riportare tutto sulla terra. E’ come se il prezzo dell’ intelligenza fosse l’ anemia del sentimento. E l’ ammissione dei sentimenti, una inaccettabile crepa nella superficie smerigliata del pensiero calcolatore. Dev’ essere per quello che, alla fine, dici “Bè, sì, ovviamente Calvino”, ma senza tutta quella convinzione che vorrebbero da te. E’ che non riesci a ricordare dove, quella smagliante ed esatta leggerezza, ti ha raccontato una terra, e non la sua mappa. Semplicemente l’ umano, e non la sua radiografia.(Quando, negli anni Venti, si misero a cercare il posto giusto per montare il loro 200 pollici, scelsero il Monte Palomar, per tante ragioni, e perché era in mezzo al nulla. Poi le cose non andarono come se l’ erano immaginate. Los Angeles e San Diego scoppiarono di gente, di case, di strade, di automobili, e soprattutto: di luce. Il buio, per un telescopio, è come l’ ossigeno. Adesso il 200 pollici soffoca in una delle aree più luminose d’ America. Lighting pollution, la chiamano loro: inquinamento da luce. Di fatto, le mille luci della California meridionale hanno ridotto la vista del telescopio a poco più della metà. E’ largo 5 metri, l’ enorme specchio, ma se fosse grande la metà ormai sarebbe lo stesso. Così hanno messo un cartello, a Palomar. Si intitola: tu puoi aiutarci.Molto americano. Dice che bisogna sensibilizzare le autorità al problema, dice che bisogna convincerle a usare certe lampade meno inquinanti. E poi dice una cosa bellissima: se vivi in California meridionale, la sera, per favore, quando vai a dormire, spegni, se puoi, la luce del giardino. Grazie. Magari non molti, ma alcuni ci saranno. La sera chiudono la porta a chiave, si mettono il pigiama, e spengono le luci del giardino, così qualcuno, sul Monte Palomaar, potrà vedere qualche anno luce più lontano. Non per buttarla sul sentimentale, in spregio a Palomar, ma mi è venuta in mente una cosa.Se proprio vuoi sapere chi ti ama davvero – ma davvero – guardati intorno e cerca uno che spegne la luce del suo giardino, la sera, perché tu possa veder le stelle più lontane che puoi, nel cielo).

baricco

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